Signor presidente Putin,
mi chiamo Tommaso e sono un bambino di 5 anni come tanti, seppur non esattamente identico a tutti. Amo giocare alla Play e impastare taralli al sesamo, ho tanti amici tra cui uno negroide e uno dei monti Nebrodi, per dire. In questi giorni alla tivvù continuo a vedere le immagini sconvolgenti dei bombardamenti in Ucraina e mi sento francamente impotente. Sono solo un bambino, lo so, ma vorrei poter fare qualcosa. Vedere dei bambini come me costretti ad abbandonare i propri possedimenti, i latifondi, gli appezzamenti di brulla terra mista a calce mi devasta il cuore e mi strugge come fossi una Sherazade, un tulipano ascoso va-vaiva va-va-và. Sono un bambino fortunato, perché i miei genitori mi passano ogni mattina una ciotola con della granaglia dalla fessura della porta del bagno, e ogni sera la mia sorellina mi racconta una favola strappandosi i singhiozzi dagli occhi. Ma può dirsi fortuna nascere da questa parte del mondo, ove tutto è pace e serenità, ove tutto è opulenza e tepore? Sì, credo che possa dirsi. Fortuna immeritata, seppur colorata di un certo grado di congruità. I bambini ucraini proprio in questo momento stanno giocando al fantamorto con la nonna, e la nonna è lì, di fronte a loro! Nessun bambino occidentale dovrebbe essere messo nella condizione di dover sopportare tanta crudele empatia nei confronti di popoli per lo più solo immaginati. Presidente Putin, io mi rivolgo a lei e per conoscenza al cuore immacolato di Maria, perché solo lei – lei Putin, non lei Maria – può fermare questa mattanza. Non le chiedo di mettersi una mano sul cuore, perché sarebbe retorico e francamente problematico, trattandosi di un organo interno – ma piuttosto la imploro: fermi questa guerra, ritiri le truppe, si condanni ad una mediocrità eterna per aver perso guerra, faccia e Dombass contro uno Staterello cuscinetto. E poiché nulla è gratis, tranne il cuore immacolato di Maria, in cambio le faccio una proposta: dia a me l’Ucraina e si prenda mio nonno. Mio nonno Melchisedec è molto anziano, ha vissuto 7 volte 7 gli anni che la mia mano sa contare con il dito quinto e che gli sono stati concessi dalla sorte e dalla cardioaspirina; ora è stanco, si trascina ogni giorno al lavoro – mio nonno fa la voce del telefono erotico a domicilio, è una startup – e prega Dio di non svegliarsi una volta ancora, nudo in una fontana. Lui non sa di questa mia idea, ma credo ne sarebbe orgoglioso, eccitato addirittura. Quanto a lei, potrebbe farne ciò che vuole: occuparlo con un esercito, usarlo come ripieno per gli agnolotti o insediarci un governo fantoccio. Ci pensa? Un intero vecchio a sua totale disposizione. Potrebbe costringerlo a comportarsi come un cane, o provare a riempirlo di tonno con un cucchiaino, ma non mi fraintenda, non è un consiglio, semmai un generico auspicio. Un vecchio è molto meglio dell’Ucraina, innanzitutto perché il vecchio può confinare con qualsiasi cosa, l’Ucraina solo con quei quattro staterelli miserabili: provi a mettere il suo vecchio vicino alla Colombia, o alla Mongolia, lo faccia confinare con gli oceani più lontani, o con una marmotta. Il vecchio sarà il suo orizzonte e la sua testa di ponte. Il vecchio, inoltre, è binario: o è vivo o è morto, l’Ucraina è una serie di situazioni intermedie che rendono ogni soddisfazione mai del tutto compiuta. Provi a dire, ora che è alle porte di Odessa “ho preso Odessa!”… già, e cos’è Odessa? Quante persone sono Odessa? Quanti cuori di bambini fuggiti continueranno a chiamarsi Odessa nei loro futuri indominabili, sconosciuti e lontani? Lei non avrà mai l’Ucraina, ma il suo simulacro. Un vecchio non ha simulacro, perché non è nient’altro che pienezza organica e ricordi sfuggenti. Se si ha un vecchio si ha tutto di lui, se lo si possiede si diventa il suo Dio. Man mano che lui perderà memoria dei suoi figli, della sua vita, la percentuale di vecchio che avrà a disposizione aumenterà, per sempre, per il suo sempre! Perché il vecchio è eterno, può morire, rarefarsi, ma non scomparire. Pur non vedendola negli occhi riesco a scorgere un dubbio nel suo sguardo di guerriero: se io le do mio nonno in cambio dell’Ucraina, quale valore gigantesco devo pur attribuire all’Ucraina? Si sbaglia. Io non voglio l’Ucraina per occuparla, o per dominarla, nè tantomeno per sottomettere di nuovo le sue procaci femmine. A me l’Ucraina serve per un motivo che per lei non può avere nessun valore. Per questo è giusto che l’abbia io, e non lei, signor presidente. Io voglio l’Ucraina per giocarci a fare l’Ucraina, quando mia sorella fa la Bielorussia. A me serve l’Ucraina, a lei serve mio nonno, e forse è il destino ad aver disposto di farci incontrare, in quest’alba di millennio, in questo sistema solare, dentro questa mia lettera accorata. E allora faccia questo bel gesto, ritiri le truppe e mi consegni quel lembo di Russia coltivato a grano. Mio nonno è già incellofanato e seduto nel sedile di dietro della mia bici. Venga a prenderlo e rendiamo migliore questo pianeta. 
In alternativa può prendere Luciano Onder.
 
Suo, Tommy.